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DIDATTICA A DISTANZA:  COSA SUCCEDE??

DIDATTICA A DISTANZA: COSA SUCCEDE??

Il nostro Ministro dell’Istruzione ha ipotizzato la possibilità di seguire una didattica a distanza anche per l’inizio del nuovo anno scolastico, laddove l’emergenza sanitaria non sarebbe del tutto rientrata.

Se effettivamente fosse così sarebbe davvero una catastrofe per i docenti e soprattutto per gli studenti.

La didattica a distanza è stato l’unico escamotage possibile in una situazione di crisi ed emergenza sanitaria ma non può essere senza dubbio considerata una valida alternativa alla didattica in presenza.

Per capire meglio il senso del discorso riportiamo le parole tratte dalla lettera di una giovane insegnante di sostegno e riportate  sul sito www.erickson.it: “La classe, luogo sacro fatto di relazione, ora è fatto di pigiami e occhi stropicciati, insofferenza, noia e noi ce ne accorgiamo, ma stiamo col cuore in gabbia e non possiamo farci nulla. La classe è inclusione, socializzazione, relazione”.

Andare a scuola, sedersi tra i banchi non è solo apprendimento di nozioni teoriche ma è formarsi come futuri cittadini e lavoratori, è esperire per la prima volta il proprio ruolo all’interno di una comunità, che richiama la comunità sociale, è confrontarsi con i propri pari e con gli adulti, è vivere le emozioni di una prima cotta o di un battibecco con l’amico più stretto.

La DAD, a lungo andare, conduce all’isolamento e accresce quell’analfabetismo emotivo che già è tanto diffuso nei nostri ragazzi, schiavi dei social network.

Se fosse davvero giusto vivere dietro ad un PC allora potremo anche legittimare la figura degli Hokikomori, che invece sono sempre stati considerati come soggetti con disturbi psichici.

Parlare di didattica a distanza diventa ancora più complesso quando i nostri interlocutori diventano bambini di 7/8 anni, o addirittura piccoli studenti che per la prima volta devono imparare a leggere e scrivere. In questi caso si finirebbe con il delegare il ruolo di insegnante al genitore in quanto schede e video sicuramente non potrebbero arrivare efficacemente ad un bambino di 6 anni.

E se poi il genitore non ha l’abilità  di ricoprire questo ruolo?

 Ecco che giunge il problema fondamentale: la didattica a distanza non considera gli ultimi, i ragazzi con svantaggi, i ragazzi con BES, i ragazzi che per vedere riconosciuti i loro diritti hanno dovuto aspettare anni e anni di lotte e di prese di coscienze. Ed ora chi si occupa di loro? Sì l’insegnante di sostegno può chiamare a casa, può inviare mappe, schemi facilitati, video, si inviano strumenti in comodato d’uso se necessario, ma ciò sarà sufficiente ad aiutare l’alunno in difficoltà? Sempre nella lettera  succitata leggiamo che: “Durante questi giorni chiusa in casa ho capito che mi sento inutile. Preparo lezioni di continuo, adatto, semplifico, facilito. Ma sentire i ragazzi in chat o vederli in videochiamata non è sufficiente. Mettermi a disposizione non è sufficiente. Fare schemi, mappe e sintesi e disegno non basta….In classe si maneggia materia viva, magma incandescente di vulcani che non sanno da dove cominciare a pensare..”.

A chiare lettere si capisce che la mente che pensa e la mente che sente non potranno mai trovare equilibrio se non c’è contatto umano. A ciò si aggiunga che la didattica a distanza richiederebbe una rivisitazione dello stesso contratto di lavoro. I docenti, infatti, sono chiamati a svolgere attività non previste a livello contrattuale e soprattutto a lavorare un numero di ore superiore a quello richiesto normativamente. Pensiamo a videolezioni che non si esauriscono nell’arco della mattinata, compiti che arrivano a tutte le ore, studenti che chiedono giustamente spiegazioni prima informatiche per poter accedere alle varie piattaforme utilizzate dall’Istituzione scolastica. In più bisognerebbe personalizzare gli apprendimenti per cui la stessa videolezione non dovrebbe essere valida per tutti. Insomma, ok alla didattica a distanza in questo stato di forte crisi sanitaria ma  non pensiamo assolutamente di poterla sostituire con quella in presenza o violeremo lo stesso diritto di istruzione dei nostri allievi.

A settembre risolviamo piuttosto il problema delle classi pollaio, dei docenti precari, della mancanza di continuità didattica che traumatizza gli alunni più deboli.

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